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Vincenzo Incenzo: la musica italiana sta morendo?

Vincenzo Incenzo: la musica italiana sta morendo?

Siamo tra la caverna di Platone e 1984 di Orwell

Durante Let’s Spend Tonight Together mi sono collegato con Vincenzo Incenzo, incredibile artista che ha scritto anche 50 canzoni per Renato Zero, per leggere e commentare questa analisi strepitosa:

LA MUSICA ITALIANA STA MORENDO?

Stiamo assistendo ad un equivoco immane che ci inchioda, come nella caverna di Platone, a guardare fissi sul muro le ombre di un fuoco finto, o, come nel distopico 1984 di Orwell, ad ingoiare compulsivamente canzoni automatiche, tutte uguali nei temi, nei suoni, nei testi. Canzoni generate dal più grande vuoto culturale di sempre, espressione di un mondo devitalizzato e apparentemente iperdemocratizzato, dove il grido sterile ha scalzato il dibattito e dove l’essenziale è che venga meno ogni distinzione fra il vero e il falso, tra il quale e il quanto. 

 Canzoni prestampate scritte in condominio coatto, dettate dal canzonificio imperante, in un frenetico copia-incolla di brani d’oltreoceano, con la ripresa esasperata della stessa combinazione seriale di accordi, con cellule ritmiche che nascono, si sviluppano e si stoppano sempre con le medesime modalità, e con l’impiego lobotomizzante di parole e melodie ridotte ai minimi termini.

 Viviamo un tempo in cui la verità si è spostata dall’ambito delle parole e della lingua a quello dell’algebra e della matematica, e il linguaggio non è più il luogo di una possibile manifestazione del vero. Così, anche nelle canzoni, a dominare è la logica perversa e insincera dei numeri, criptovaluta del nulla, che dalle stanze dell’algoritmo dopa classifiche e piattaforme, dispensa a pioggia certificazioni di platino inversamente proporzionali alla soglia delle vendite, gonfia la vena dei banditori e deride la gavetta. 

 Le leggi dell’etere hanno sempre più dettato minutaggi, beat, mood, dirottando l’ispirazione degli artisti, sottorappresentando ogni tentativo alternativo, tradendo l’insegnamento fondamentale di storici dee jay che attraverso un’intensa attività di ricerca portavano alla ribalta la qualità del non conosciuto. Oggi comandano misere camere dell’eco, autoproclamatesi giudici in cielo e in terra per decidere cosa debba o non debba arrivare al pubblico. 

 Personaggi non sempre ispirati tengono i fili del canzonificio, imboccati con i diktat della moda di turno; figure spesso lontanissime da un pianoforte o da una quartina poetica, eppure insindacabili. 

 Artisti storici, sui quali si potrebbe contare, appaiono oggi esitanti, impegnati magari a duettare con l’ultimo rappresentante della trap, genere superato ovunque e qui ancora osannato, pur di essere accolti nel circuito dei millenials.

 Non aiuta certa midcult che ciclostila modelli miniaturizzati dell’alta cultura in versione discount, dando ai suoi fruitori il brivido dell’appartenenza, mietendo certezze invece che coltivare l’arte necessaria del dubbio, e consacrando il dilettantismo. Pseudopensiero, che muovendosi ormai solo per citazioni, fa passare controfigure per nuovi De André, e ragazzine e ragazzini che non conoscono la Storia e le sue dinamiche per sollevatori di coscienze, spingendo l’incultura fino all’aggressività, alimentando la post-verità, con il benestare delle ormai anestetizzate agenzie educative. 

 Ogni residuo mattone di cantina e di laboratorio creativo è stato tracimato via dalla fecondazione sottovetro del fenomeno televisivo di turno, portato in cielo a scapito di altri cento ragazzi smarriti in labirinti di abbandono e depressione. Estrema e incosciente logica del profitto, canalizzata nello scorrimento verticale compulsivo dei nostri smartphone; intanto il prodotto diventiamo noi, con i nostri tempi di attenzione ridotti ormai alla soglia di pochi secondi, in una parossistica eterogenesi dei fini. 

Davvero il Paese di Verdi e Puccini, di Berio e Morricone, di Dalla e Battisti deve spegnersi senza più un’identità e una coscienza musicale, senza una sua colonna sonora?

 Perché non pensare ad un nuovo codice di lealtà? 

 Fino a quando dovremo avere una proposta musicale così univoca da negare ogni libertà di scelta autentica da parte del pubblico e confinare ogni variabile creativa?

 La guerra dei numeri ha generato un corto circuito così tossico che, se a popolari tiktoker ideatori di spiazzanti e seguitissime banalità venisse il capriccio di cantare, il mercato musicale non potrebbe che stendergli tappeti rossi.

 Prendano parola gli artisti accreditati dalla Storia e non solo dall’algoritmo, donne e uomini professionisti per cui un like non sia vitale; si espongano, facciano vacillare, in virtù della loro visibilità, il dogma dominante; facciano sentire che esistono coscienza, memoria e responsabilità.

 Pensare che sia un compito che spetta soltanto alle istituzioni sarebbe un alibi. L’Arte vera, quella che possiede una luce di innegabile autenticità, è anche e soprattutto pirata e sovversiva; nasce sempre opponendosi, combina nel buio, non sopporta padroni. 

 Siamo ancora in grado di avvertire questo richiamo, di alzare la mano e di uscire dal coro?